Prendendo le mosse dall’esperienza terapeutica, Jung si convinse che – in molti casi – i suoi pazienti erano nevrotici solo perché soffrivano di quella che definiva «la nevrosi generale del nostro tempo»: un sentimento sempre più dilagante di insensatezza della vita. Nella maggior parte dei casi esso si accompagnava al sentimento di un vuoto religioso. A suo avviso, infatti, nessuno guarisce davvero (e nessuno trova un senso) «se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso», il quale «naturalmente non ha nulla a che vedere con la professione di una fede o con l’appartenenza a una Chiesa».
Aniela Jaffé ci svela che cosa Jung contrappose, in quanto «senso», al «non senso» della vita. Lo fa recuperando e dialogando con i temi centrali del pensiero junghiano: gli archetipi, l’inconscio, i sogni, le immagini interiori, i miti della religione, il sacro, l’alchimia, l’arte. Nessuna scienza (biologia, fisica, leggi del cosmo) può offrire, secondo Jung, risposte adeguate in merito al senso della vita. Ma neppure può fornirle un’interpretazione dei contenuti psichici che si basi esclusivamente su vicende di vita personali. Il senso è un’esperienza di totalità: presuppone sia la realtà, quella che ciascuno vive nel tempo, sia una qualità eterna della vita; le esperienze personali ma anche la trascendenza. Se manca la tensione tra queste due dimensioni, si genera «un sentimento di accidentalità e d’insensatezza che ci impedisce di vivere a vita con quella ricchezza di significati che essa richiede per essere completamente vissuta».
