Kershaw sposta quindi la sua attenzione da Hitler alla costruzione della sua immagine e alla ricezione di tale immagine da parte della popolazione tedesca.
Maestri nelle nuove tecniche propagandistiche, i nazisti le usarono facendo leva sulle opinioni, sui pregiudizi e sulle paure esistenti, terreno fertile su cui il culto del Fuhrer poté attecchire.
Nella prima parte, il libro ripercorre la creazione e lo sviluppo del "mito di Hitler" dal 1920 al 1940, dimostrando come esso fosse indispensabile al nazismo: Hitler "Fuhrer della Germania futura" durante la Repubblica di Weimar; Hitler "simbolo della nazione"; Hitler "Fuhrer senza peccato"; Hitler grande statista e così via fino alla guerra.
La seconda parte ne esamina il crollo dopo il culmine raggiunto nel 1940-41, crollo comprensibilmente legato alle vicende belliche e al disastro finale. Un ultimo capitolo si occupa dell'immagine di Hitler e della questione ebraica.
Le conclusioni cui giunge l'autore nella sua analisi della "deificazione" del Fuhrer contengono un messaggio inquietante: l'ammirazione nei confronti di Hitler non si basava tanto sui principi dell'ideologia nazista quanto su valori sociali e politici, spesso distorti o rappresentati in forma estrema, condivisi e riconoscibili anche in società diverse del Terzo Reich.